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Non dovremmo più valutare l’estetica, non dovremmo più criticare un corpo troppo grasso, troppo magro o troppo brutto. Non dovremmo più commentare negativamente quello che non ci piace, anche perché il più delle volte è qualcosa che ci appartiene.

 

Dovremmo magari capire il motivo per cui nascano in noi questi pensieri ed elaborarli.

 

Ma guardando con distacco analitico la campagna digital di Gucci, emerge che il corpo e il viso di Armine venga strumentalizzato tanto quanto quello delle classiche modelle, anzi di più.

 

È una scelta di marketing con un forte alibi. E se l’intenzione era quella di dire che le “sempre considerate brutte” ora sono belle e possono sfilare perché la moda ha finalmente aperto gli occhi, allora l’operazione non ha funzionato.
Il direttore creativo di Gucci, ma in generale il brand, ha scelto Armine, (ma prima di lei altre ragazze dissonanti che hanno avuto meno clamore) proprio perché, sia loro che noi, la consideriamo brutta e con questa operazione non è diventata bella, anzi è diventata ancora più brutta.

 

Brutta e mazziata, usata a scopo commerciale per una esponenziale e riuscita operazione di visibilità che lascia, però, tutto il mondo come sta.

 

Se devo dire la mia, a me lei piace anche perché mi somiglia.

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